Tutti a Roma. Con sudore....
05/02/2010 - Parti la mattina, arrivi la sera per cena. Con Alitalia la capitale è lì, a portata di mano, proprio come andare in una trattoria fuori porta. Lo dice la pubblicità, a caratteri cubitali. Una pubblicità che ti guarda beffarda mentre la hostess di terra spiega al microfono che il volo è in ritardo per motivi tecnici. Quanto in ritardo, oddio, quali motivi tecnici? Le domande ti vengono fuori spontanee ma mentre articoli parola lei, la hostess, si è già infilata dietro le transenne, irraggiungibile per noi semplici viaggiatori. Torniamo a sederci, qualcuno con il cellulare cerca lumi da ipotetici santi in paradiso. Pardon, dalla direzione dell’aeroporto. Intanto arrivano quelli di “Baciami ancora”. Muccino in testa e a seguire Giorgio Pasotti, Vittoria Puccini e Stefano Accorsi.
Immagino una corsa all’autografo e invece non se li fila nessuno, né la consigliera provinciale che corre a Roma per la tesi, né le signorinelle sedute accanto a me che mi sembravano (sbagliando) in target. Loro passeggiano, si riuniscono, ridono forte. Ma niente, il giramento di scatole per il ritardo azzera anche le celebrità. Invisibili, come fantasmi. Sia come sia, dopo una quarantina di minuti ci imbarcano.
Pardon, fingono di imbarcarci perché tra una cosa e l’altra prima di salire su quel benedetto aereo passano altri venti minuti. E intanto serpeggia la rabbia, saltano metà degli appuntamenti, tutti giù a scusarsi tramite il cellulare, a cercare comprensione con clienti e superiori, a sbuffare. Partiamo. Il resto scorre, più o meno, nella normalità, il taxi, la navetta, la corsa a fare in ritardo quello che avresti potuto fare con serenità. Ma il peggio, alla faccia della pubblicità sulla gita fuori porta, arriva quando ti appresti al ritorno. Volo fissato per le 16, corsa disperata verso Fiumicino, sudata di quelle che ricordi con il loden che si appiccica alla giacca di lana, spogliarello al check in, altra corsa verso il gate 20, l’imbarco. Lì giunto, sfatto ma felice, c’è un’altra coda, ma la fai volentieri, perché annusi aria di partenza. E in effetti, per partire parti, ma solo per salire sul bus che lentamente, molto lentamente, si riempie come una scatola di acciughe. È fatta, ti dici mentre il vicino per telefonare ti pianta il gomito nelle costole. E invece no. Una vocetta sgradevole dice che bisogna «rientrare in aerostazione». Lentamente le acciughe sciamano.
C’è un problema tecnico. Cacchio, un altro? Qui le voci salgono di tono, tutte tranne quella paziente di un presidente di banca (una delle due che contano di più) che siede serafico, proprio lui che dovrebbe viaggiare in executive e invece condivide le pene dei suoi correntisti. Lo ammiro, ma sgomito lo stesso, chiedo, imploro, minaccio. L’aplomb in certi momenti scivola via come l’olio, tornando alle acciughe. Un’anima buona mi dice che posso cambiare biglietto, ma che devo correre al piano di sopra, cercare il check in. Insomma farmi furbo. Cerco di essere all’altezza e dopo 10 minuti mi ritrovo un altro biglietto per Torino tra le mani. Altro gate, altra attesa, per altro minima, poi di nuovo sul pullman, con altre acciughe, sempre più sudato. E il pullman si muove. Tre, forse quattro metri, una leggera sterzata a destra, una bella frenata. Le acciughe vengono sballottate e poi, udite udite, scaricate a terra. Cacchio, ripeto, un’altra fregatura? Macchè, il pullman si è fermato davanti alla scaletta che porta all’aereo a non più di dieci metri dalla porta da cui siamo usciti. L’urlo, generale, è d’obbligo, ma lo steward non si scompone. Cari signori, dice seccato, sulla pista non si può camminare... Un apprendista filosofo viaggiante mi consola spiegando che «non sono questi i problemi gravi della vita». Marcio come sono di sudore, chino il capo. E non rispondo. Di gite fuori porta così, rimugino, non si potrebbe fare a meno?
beppe.fossati@cronacaqui.it